Imposta sui patrimoni, le bugie di Elly
Imposta sui patrimoni, le bugie di Elly
di Vincenzo D’Anna*
Da che mondo è mondo, la ricchezza suscita invidia e rancore sociale, sentimenti che tra gli italiani si accentuano per via della loro indole. “Incapaci di ammirare, sono disposti a perdonare tutto tranne il successo”, diceva quel grande uomo di Enzo Ferrari. Abituati da decenni ad aspettarsi ogni utilità e ogni beneficio dallo Stato assistenziale, gli italiani si trasformano in clienti e, come tali, esercitano il mestiere degli elettori. Quando si genera un corto circuito tra le aspettative personali da soddisfare e il voto da esprimere, la politica – che su quei voti conta per acquisire o mantenere il potere – non può che uniformarsi a quella inderogabile condizione. A peggiorare la diffusa pratica del “familismo amorale”, che non manca neppure in altre nazioni evolute, si aggiunge la perdita di ogni valore distintivo e di qualsiasi idealità che, in passato, attraverso i “movimenti” politici, orientava il voto. Mancando ormai i partiti intesi come organizzazioni democratiche e plurali, sostituiti da vere e proprie “ditte” personali, nel terzo millennio si sono accentuati sia il qualunquismo sia il vuoto nominalismo, ancelle predilette dell’opportunismo. Per quanto ne dicano politologi, filosofi e sociologi, il tasso crescente di astensionismo deriva proprio da questo contesto impoverito, nel quale coloro che, privi di identità politica, non hanno nulla da chiedere o non hanno ottenuto ciò che speravano, disertano le urne. Se questo è l’orizzonte di riferimento del corpo elettorale, si comprende bene come ai politici contemporanei restino solo due armi per attrarre consenso. La prima è la demagogia, ossia l’arte di promettere ciò che ancora deve venire, dandolo per scontato, disponibile e accessibile. La seconda, più subdola, è quella che sollecita gli ancestrali livori umani, i complessi di inferiorità e il rancore sociale, attraverso la comparazione con l’altrui condizione economica. Il tutto è ammantato da quella parola magica, una sorta di passepartout universale: “giustizia sociale”. Quest’ultima, abusata e usurata oltre che malintesa, finisce per prefigurare il diritto di spogliare gli altri dei propri beni in nome di una perequazione solidaristica a vantaggio di chi quei beni non possiede. Parola che profuma di buone intenzioni e lodevoli propositi, ma che, in genere, si pensa possa essere applicata agli altri e mai a se stessi. Tuttavia, la “giustizia sociale” è innanzitutto un ossimoro, una contraddizione in termini, perché ciò che è giusto lo è in sé, senza bisogno di ulteriori attribuzioni. Tra i dogmi della sinistra e i dettami del socialismo, quello più venerato è la redistribuzione della ricchezza: l’intervento dello Stato che, d’imperio, prende dai più ricchi per dare ai bisognosi. A parte il fatto che nessuno ha mai la certezza che i soldi estorti ai ricchi finiscano davvero nelle tasche dei poveri, invece di perdersi nei mille rivoli della gestione clientelare, va considerato che questa pratica è vessatoria oltre che ingiusta. Lo è per il semplice motivo che quelle “ricchezze” sono diventate tali solo dopo che lo Stato vi ha già riscosso, più volte e in vari modi, tasse e gabelle. Alzi la mano chi ritiene giusto “stangare” più volte beni mobili e immobili, frutto del lavoro e del risparmio, spesso di più generazioni! E se imposta patrimoniale deve essere, come invoca la milionaria Elly Schlein – che le sue ricchezze le ha ben al riparo in Svizzera! – essa non colpirebbe solo il dieci per cento di super-ricchi ed i grandi patrimoni immobiliari, bensì circa il novanta per cento degli italiani che possiedono uno o più immobili! Ai socialcomunisti che, all’inizio del secolo scorso, inneggiavano agli espropri proletari, don Luigi Sturzo rispondeva: “Non tutti proletari, ma tutti proprietari”, intendendo che la proprietà sia da intendersi come frutto di lavoro e di risparmio, non certo come furto ai danni altrui. La milionaria segretaria del Pd, con l’avventatezza e l’arretratezza politico-culturale che la contraddistinguono, accusa la premier Giorgia Meloni di difendere i ricchi a danno dei poveri e di ignorare le disuguaglianze tra indigenti e benestanti. Ma il bisogno di aiutare i primi non sarebbe certo soddisfatto dai pochi super-ricchi, bensì dalla moltitudine dei semplici proprietari, cioè da quel ceto medio che le tasse già le paga!! Parliamoci chiaro: senza ricchezza non ci sono tasse né Stato sociale, non c’è occupazione né la naturale distribuzione della ricchezza che nasce dal lavoro e dalle opportunità offerte da una società produttiva. Lezione, quest’ultima, accessibile a chi studia e soprattutto a chi, viaggiando e leggendo, ha modo di vedere il mondo per come gira. E il mondo, si sa, non gira mai col vento delle menzognere parole e dell’anacronistica visione del leader del principale partito di opposizione.
*già parlamentare
