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Provincia di Caserta, politica e affari: la procura faccia presto!

Provincia di Caserta, politica e affari: la procura faccia presto!

di Vincenzo D’Anna*

Una volta si chiamava amministrazione provinciale di Caserta, ricostituita nel 1945. Presidente della medesima fu il casertano Giovanni Tescione, storico e giurista, che ricevette l’incarico nel periodo di transizione post-bellica. La carica non era ancora elettiva ma di nomina governativa e ricostituiva ciò che il fascismo aveva soppresso per mano diretta del suo duce, Benito Mussolini, nel 1927, quando i suoi vasti territori, che andavano da Nola fino al Frusinate, furono annessi alla provincia di Napoli. Non a caso il più illustre dei suoi figli può dirsi Tommaso d’Aquino, dottore della Chiesa, essendo il paese natio del Santo ricadente nella provincia di Terra di Lavoro. Il primo presidente eletto, ottant’anni addietro, fu il democristiano Clemente Piscitelli, già membro dell’Assemblea Costituente e senatore della Repubblica, nativo di Cervino e amico di Alcide De Gasperi. Il Consiglio provinciale era composto da rappresentanti eletti in trentasei collegi uninominali, per lo più occupati fino agli anni Novanta del secolo scorso, da politici di rango, espressione dei partiti. Non a caso veniva definito dalla stampa dell’epoca “il Parlamentino”, avendo annoverato tra i suoi componenti persone che in seguito avrebbero occupato gli scranni del Parlamento nazionale o del Consiglio regionale. Insomma, una palestra nella quale la politica toccava livelli elevati e la carica ricoperta costituiva spesso il prodromo per accedere a più alti consessi istituzionali. La crisi della politica e dei partiti tradizionali, ossia la fine della cosiddetta Prima Repubblica, portò anche in quel consesso a uno scadimento della rappresentanza, cui seguì la riduzione delle funzioni amministrative dell’ente, sancita dalla legge Delrio del 2014, che ha profondamente trasformato il ruolo delle province, definendole enti territoriali di area vasta. Un processo di spoliazione e svuotamento delle funzioni, trasferite ai grandi carrozzoni regionali. Con la nuova legge cambiò anche il sistema elettivo: non più elezioni dirette, ma un voto di secondo livello espresso dai consiglieri comunali, ponderato in base alla popolazione delle municipalità rappresentate. La prevista soppressione costituzionale delle vecchie amministrazioni provinciali non si realizzò a causa dell’esito negativo del referendum del 2016. Questo excursus storico serve a comprendere come oggi le Province siano sopravvissute ma operino in ambiti limitati, con competenze delegate dalle Regioni. Poteri ridotti, sistema elettorale modificato, rappresentano un residuale ricettacolo di funzioni, governato da una classe dirigente emanazione soprattutto dei Comuni più popolosi. Una taratura artificiosa che crea una situazione democratica alterata, nella quale a “menare le danze” sono sindaci e maggioranze consiliari dei centri maggiori. Una condizione para-politica e pseudo-democratica che determina un evidente distacco dei cittadini, esclusi dal vaglio elettorale diretto e quindi dal controllo sull’operato degli amministratori provinciali. In questa enclave dai contorni opachi, la gestione si è allungata in una politica poco nota e poco trasparente: uno spazio esoterico per addetti ai lavori, trasformatosi in palude clientelare e affaristica. La stampa locale registra quasi quotidianamente nuove indagini, intrecci da cui emergono danni per gli interessi pubblici, cricche di potere attive nella gestione, a fronte di pochi incisivi provvedimenti giudiziari . Un’attività investigativa che ormai dura da anni, un opera che pare eternamente incompiuta e che rivela connivenze tra imprenditori e politici, nonché intrecci con rappresentanti infedeli delle forze dell’ordine e degli stessi uffici giudiziari. Un coacervo perverso che avrebbe rallentato sia le indagini e
che i provvedimenti giudiziari. Siamo alla vigilia delle elezioni comunali, dopo quelle già consumate delle regionali, non c’è tempo per cincischiare. Da garantista convinto dico che non si deve passare dall’iperplasia degli interventi all’estrema cautela. La buona politica e la giustizia non possono attendere.

*già parlamentare

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