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Condono edilizio in Campania: si può, si deve

Condono edilizio in Campania: si può, si deve

di Vincenzo D’Anna*

Alla vigilia del voto che dovrà decidere il successore di Vincenzo De Luca alla carica di Governatore della Regione Campania, si riaccende una vecchia e mai sopita polemica: quella del condono edilizio. Non è una novità e, come tale, non dovrebbe suscitare né sorpresa né tanto meno assumere nel dibattito toni apocalittici da scempio, colpo di mano ai danni delle bellezze naturali del territorio o, peggio ancora, come favore a interessi speculativi di palazzinari senza scrupoli. E tuttavia, a distanza di un quarto di secolo, la Sinistra continua a usare l’argomento attingendo a piene mani alla doppiezza morale, all’ottusità politica e alla mistificazione allarmistica di una questione che, nonostante tutto, resta ancora irrisolta, per una massa di cittadini necessitati da piccoli bisogni. Un’indeterminatezza che non riguarda gruppi speculativi né proietta le ombre opache di interessi affini a quelli della malavita organizzata o di qualche consorteria che possa trarne vantaggio, ma milioni di comuni cittadini defraudati di un loro diritto. Sissignore, di un loro sacrosanto diritto! Un diritto, un’opportunità che discende dalla legge varata il 30 settembre 2003 dal Governo Berlusconi e utilizzata in ogni parte d’Italia senz’altro alcuna remora, tranne che dalle nostre parti. A quella legge se ne aggiunse un’altra, nota come Decreto Salva-Casa – Legge 105/2024 – che introdusse deroghe per favorire il recupero dell’esistente e la realizzazione di interventi migliorativi. Un combinato disposto che consentiva, sostanzialmente, di condonare, con la prima legge, gli abusi di necessità, ossia di modeste volumetrie, e con la seconda legge gli standard abitativi igienico-sanitari. Niente a che vedere con la speculazione edilizia vera e propria, quella che devastava il territorio deturpandone l’aspetto e violando i vincoli paesaggistici con finalità lucrative, se non di malaffare. In Campania la legge sul condono impattava prevalentemente sugli abusi di necessità, su migliaia di casi tuttora irrisolti, sospesi nel loro destino: né assentiti con il condono né cancellati attraverso provvedimenti consequenziali di ripristino dello stato originario mediante abbattimenti. Centinaia di sentenze emesse ma mai eseguite. Migliaia di famiglie vivono tuttora con la spada di Damocle pendente sulla loro testa, oggetto di ordini giudiziari di demolizione inapplicati. Un’inerzia dovuta a molteplici fattori oggettivi: la mancanza di fondi per le demolizioni forzate e la difficoltà, secondo la legislazione vigente in materia ambientale, di reperire aree idonee e adeguate per depositare l’enorme quantità di materiale di risulta che deriverebbe dagli abbattimenti. “Ciò che è reale è razionale”, diceva il filosofo Hegel, e la vicenda edilizia in Campania trae origine da un atto scellerato, quanto politicizzato, di contrasto al Governo Berlusconi dell’epoca. La Regione, guidata da Antonio Bassolino e dalla sua maggioranza di centrosinistra, si oppose al condono governativo varando una legge regionale tanto gravida di moralismo quanto inutile e dannosa per la popolazione. In estrema sintesi, attingendo ai dettami di un ambientalismo intransigente – e piegato a interessi politici allora in auge, verde fuori e rosso dentro – si dimezzarono i volumi da poter sanare e si raddoppiarono i costi degli oneri da pagare per accedere al condono. Quella legge regionale, impugnata dal Governo nazionale, fu dichiarata incostituzionale tre anni dopo, ma il danno era fatto e l’acqua era già passata sotto i ponti della politica italiana. Tutto restò così in quell’anomala situazione che nessun governo successivo seppe, o volle, risolvere. A ogni richiesta nelle sedi parlamentari di porre rimedio a quella sperequazione ai danni dei cittadini campani, si eressero barricate ambientaliste, si sprecarono moralismi d’accatto e si imbastirono dubbiose teorie secondo cui il condono sarebbe stato un colpo di spugna a favore di camorristi o comunità incivili. Eppure, nei grandi comuni dell’hinterland napoletano, governati anche dalla sinistra per molto tempo, nessuno aveva mai alzato un dito contro la speculazione edilizia intensiva né patrocinato leggi che obbligassero i sindaci a munirsi di piani regolatori e regolamenti urbanistici conformi alle necessità di salvaguardare l’ambiente e l’armonico sviluppo del territorio, pena lo loro decadenza dalla carica. Siamo all’oggi: il Governo si propone di riaprire i termini in Campania per applicare finalmente, nella sua interezza, la legge del 2003 e recuperare i volumi non assentiti dal diktat bassoliniano. Un atto che si può e si deve a un intero popolo defraudato di un diritto, del quale beneficiarono anche Beppe Grillo, Luigi Di Maio, Roberto Fico, il figlio di Dario Fo e molti altri difensori dell’ambiente, in luoghi ben più ameni e prestigiosi di quelli di tanti poveri cristi.

*già parlamentare

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