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Politica

Il reddito di cittadinanza universale: un universo orrendo

Il reddito di cittadinanza universale: un universo orrendo

di Vincenzo D’Anna*

Federico Rampini è un giornalista e saggista italiano naturalizzato statunitense, editorialista del Corriere della Sera da New York. È stato vicedirettore de Il Sole 24 Ore e, dal 1997 al 2021, corrispondente estero per la Repubblica. Così recita testualmente la biografia riportata su Wikipedia, l’enciclopedia telematica gratuita, oggi fonte di notizie tra le più consultate al mondo. Dalle informazioni sopra riportate si deduce che Rampini non sia mai stato un intellettuale di destra; al contrario, ha ricoperto incarichi che lo collocano storicamente sulla sponda opposta. E tuttavia, come accaduto anche ad altre eminenti personalità culturali di sinistra, poi approdate su posizioni liberali, anche lui sembra aver maturato un pensiero in antitesi con il mantra progressista. Chiariamoci: non è stato il primo e non sarà l’ultimo ad aver rielaborato la propria visione politica e sociale. Prima di lui, altri intellettuali come Giampaolo Pansa, Lucio Colletti, Ferdinando Adornato, Saverio Vertone, Giuliano Ferrara, Claudio Velardi, Vittorio Feltri e Giampiero Mughini hanno intrapreso percorsi analoghi. Ai tempi dei partiti ideologicamente strutturati, sarebbe stato bollato come un traditore, un transfuga, un opportunista. Oggi, invece, con il crollo del marxismo-leninismo e il continuo mutare delle posizioni della sinistra — ormai priva di riferimenti dogmatici e ridotta a una crisi culturale che sfiora il vuoto pneumatico — il ripensamento è non solo lecito, ma spesso apprezzato. D’altronde, nel teatro odierno della politica gli attori non hanno più un copione da seguire: vivono alla giornata. E la sinistra, in particolare, recita a soggetto, con poche idee ma con la faccia feroce. Chi invece ragiona al di là del manicheismo di partito, oltre la sedicente superiorità morale e culturale che la “gauche” nostrana si auto-attribuisce, può ben aggiornare il proprio pensiero in aderenza con la realtà che i fatti ci pongono innanzi: una realtà, s’intende, mutevole e lontana dal passato, che le menti più lucide hanno intuito e interpretato in anticipo. Ora, le analisi che Rampini propone sui social sono sintetiche, acute, spesso ricche e di prima mano, attinte negli Usa. Particolari che l’informazione scritta nostrana trascura talvolta per esigenza di sintesi. Senza contare che molti lettori si scoraggiano di fronte a testi complessi, resi tali dall’analisi dei numerosi fattori che compongono gli eventi narrati. Ebbene, uno degli interventi più interessanti del corrispondente dalla “Grande Mela” riguarda la diffusione, negli Stati Uniti — patria del capitalismo — dell’idea di garantire un reddito di cittadinanza universale, a prescindere dall’attività lavorativa. Un sussidio generalizzato che lo Stato fornirebbe per assicurare a ogni cittadino il minimo necessario per poter condurre una vita dignitosa e sicura. Un’idea sostenuta dalle forze liberal (la sinistra statunitense), identica a quella dei vari esponenti politici della sinistra europea. Una convergenza di vedute prevedibile, tipica di chi predica l’uguaglianza degli esiti di vita (socialisti) piuttosto che quella delle opportunità (liberali). Ma ciò che Rampini mette in luce, andando ben oltre i tradizionali schemi ideologici, è che questa proposta è oggi sostenuta anche dai grandi gruppi finanziari e industriali americani. Una sorprendente contraddizione, considerando che la cultura capitalistica ha sempre affermato che il reddito debba derivare dal lavoro individuale, salvo eccezioni per i casi welfare dedicati agli indigenti ed agli svantaggiati (underdogs). Perché allora questa rivoluzione copernicana? La risposta, secondo Rampini, risiede nella crescente volontà di delegare la produzione dei beni e servizi all’enorme potenziale dell’intelligenza artificiale. Una società in cui anche chi non lavora può vivere dignitosamente consentendo così ai grandi gruppi industriali di svuotare le fabbriche, ridurre al minimo la forza lavoro, eliminare il conflitto sindacale e salariale, affidando agli automi obbedienti le mansioni che oggi richiedono accesi confronti e serrate contrattazioni. Insomma, un vero e proprio inganno: abituare le masse a “non lavorare”, eliminando il conflitto tra capitale e lavoro. Il risultato? Un mondo affidato alle macchine, che non protestano né votano, mentre l’umanità diventa emarginata, parassitaria, priva di voce, in una sopravvivenza garantita ma priva di dignità e di protagonismo. Un universo orrendo.

*già parlamentare

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